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San Pietro in Ciel d’Oro

La basilica longobarda di San Pietro in Ciel d’Oro ospita, da oltre un millennio, le spoglie di sant’Agostino d’Ippona. 

La basilica di San Pietro in Ciel d’Oro (in coelo aureo) è una basilica situata a Pavia, eretta in epoca longobarda (VIII secolo) e in seguito ricostruita in stile romanico (XII secolo). Consacrata da Papa Innocenzo II nel 1132, la basilica vanta grande prestigio e notorietà nel mondo cattolico in quanto ospita, da oltre un millennio, le spoglie di sant’Agostino da Ippona.

Insigne esempio di architettura romanica lombarda, ricordato da Dante, Boccaccio e Petrarca, l’antichissimo tempio è generalmente considerato, insieme alla basilica di San Michele Maggiore, il più importante monumento religioso medievale della città di Pavia. Nel 1796 le truppe al seguito di Napoleone Bonaparte entrarono in città e spogliarono la chiesa, che fu sconsacrata e usata come stalla o deposito, mentre i frati venivano cacciati ed i conventi affidati ai militari. L’Ottocento fu deleterio per l’edificio ormai all’abbandono: la navata destra e la prima campata della navata centrale crollarono e l’aula rimase aperta all’esterno, con gravissimi danni per gli affreschi sopravvissuti. Di fronte a questo stato, la \”Società Pavese per l’arte Sacra\” trattò con l’esercito il riacquisto della basilica e dell’antico convento degli agostiniani, avvenuto nel 1884. I lavori di restauro durarono molti anni e riportarono il prestigioso complesso romanico all’antico splendore, ricostruendo le navate mancanti, la cripta ed eliminando altre manomissioni che nei secoli precedenti erano state perpetrate all’impianto medievale della basilica. Le opere si conclusero nel 1901, con la riconsacrazione della basilica, finalmente restituita al culto ed all’arte. Le spoglie di sant’Agostino, che erano state trasferite nel Duomo, furono riportate nella chiesa, assieme all’arca trecentesca destinata ad accoglierle. Attualmente, la chiesa è officiata dai monaci agostiniani, che sono tornati ad occupare l’antico convento.

Architettura

Della chiesa longobarda rimangono pochissimi resti, nascosti sotto la ricostruzione romanica. San Pietro in Ciel d’Oro si presenta, così, come molte altre chiese pavesi dell’epoca: un edificio in mattoni, a tre navate con transetto, abside e cripta.

La facciata

La facciata a capanna è scandita da due contrafforti che la dividono in tre zone, corrispondenti alle navate interne; il contrafforte di destra, più spesso, ospita una scala interna che permette di accedere al tetto. La sommità è coronata da una loggetta cieca e da un motivo ad archi intrecciati. La pietra (arenaria) è usata solo per le parti più importanti, come il portale, le finestrelle e gli occhi di bue. Lungo i contrafforti si notano le tracce di un antico nartece, o forse di un quadriportico, che precedeva l’ingresso alla chiesa.

L’interno

L’interno è scandito da cinque campate, rettangolari nella navata centrale e quadrate nelle navate laterali. Rispetto al San Michele Maggiore si percepiscono immediatamente le diverse proporzioni della navata centrale, più larga, più lunga e meno slanciata, la più rigorosa successione dei pilastri, tutti grossolanamente a medesima sezione anziché alternati come nell’altra chiesa, e l’assenza dei matronei. Le campate dalla seconda alla quinta sono coperte da volte a crociera; la prima, più alta, in funzione quasi di atrio interno (endonartece) o addirittura di falso transetto, è coperta da volta a botte. Essa svolge anche funzioni statiche poiché serve come appoggio per la facciata. Il diverso schema di coperture è percepibile anche all’esterno, osservando il differente andamento delle falde. La volta a crociera della navata centrale fu rifatta nel 1487 da Giacomo da Candia. Le prime due campate della navata sinistra sono decorate da interessanti affreschi cinquecenteschi. Dopo l’arco trionfale, si apre il transetto, che, contrariamente a quello di San Michele Maggiore non sporge rispetto al corpo principale, ma occupa la profondità delle tre navate. Le tre navate sono chiuse, ad est, da absidi decorate esternamente con una loggetta cieca, similmente alla facciata, come d’uso nell’architettura romanica; il catino di quella centrale, più grande delle altre due, è decorato da un affresco del Loverini (1900) che riprende un antico mosaico, distrutto nel 1796. All’incrocio tra la navata centrale e il transetto si eleva la cupola ottagonale su pennacchi di tipo lombardo, racchiusa esternamente dal tiburio in cotto.

La decorazione dipinta

Degli affreschi che rivestivano le pareti della chiesa rimangono, almeno in parte, quelli della navata sinistra. Il protagonista è per lo più il santo titolare, cioè Pietro (rappresentato con le chiavi, spesso insieme a san Paolo con la spada), cui si aggiunge sant’ Agostino. Sulla controfacciata, nella teoria di Santi si segnala una sant’Anna raffigurata con la Madonna fanciulla e il nipotino Gesù e, alla sua destra, una santa monaca di cui si legge il nome Alda. la prima campata a sinistra, decorata a grottesche intorno al 1576, è dominata al centro della volta dal medaglione con Cristo che consegna le chiavi a Pietro. Nella parete convivono le pareti di due programmi decorativi di diversa epoca. Nella parte inferiore il ciclo più antico, suddiviso in riquadri, è lacunoso; si conserva la resurrezione attribuita a Bartolomeo Bonone. La partitura architettonica cinquecentesca, sovrapposta alla precedente, si apre nella parte superiore in un arco dove, al cospetto della Vergine, è inginocchiato sant’ Agostino. Due nicchie laterali simmetriche accolgono le figure di Pietro con le chiavi (a sinistra) e di paolo con la spada (a destra). Nella seconda campata, la volta è rivestita da una decorazione a grottesche cinquecentesche, con piccoli medaglioni, con episodi della Genesi.dellaNella parete del transetto, sono dipinti alcuni episodi della Passione, in cui è presente anche Pietro: La Preghiera nell’ oro e Il Bacio di Giuda.

La cripta e la sepoltura di Boezio

Distrutta nel Settecento, la cripta fu ricostruita alla fine dell’ Ottocento, seguendo l’ impronta di quella antica. E’ stato ricostruito anche il pozzo dal quale sgorgava un’ acqua ritenuta miracolosa. I capitelli sono stati realizzati dai restauratori ottocenteschi in stile bizantino-ravennate, come il piccolo sarcofago con le reliquie del senatore e filosofo Severino Boezio, che fu fatto imprigionare da Teodorico a Pavia, dove scrisse il De Consolatione philosophiae, e dove morì nel 525. Nella cripta, in un riempimento di muro dietro l’altare, erano nascoste le spoglie di sant’ Agostino, nell’ urna d’ argento, decorata con crocette funebri longobarde in lamina d’oro. La preziosa reliquia, rinvenuta nel 1695, è ora conservata nella mensa dell’ altar Maggiore.

Il presbiterio

Il profondo presbiterio sopraelevato, è definito da transenne lapidee, poste in opera nel restauro ottocentesco. Le settantadue lampade in ferro battuto si riferiscono alle province dell’ Ordine Agostiniano. Il catino absidale, dipinto a tempera nel 1900 da Ponziano Loverini e Vittorio Bernardi di Bergamo, imita il mosaico a fondo d’oro e presenta Cristo in trono tra San Pietro e i Santi Agostino e Monica. La mensa novecentesca contiene l’urna d’argento,con le spoglie di Sant’Agostino e sostiene la grande arca gotica. Dietro l’altare è conservato un frammento di mosaico pavimentale proveniente da Ippona, la città africana di cui Agostino fu vescovo.

L’arca di sant’Agostino

Il monumento funebre, a tre ordini, ricalca l’ arca di san Pietro Martire in Sant’Eustorgio a Milano. Progettato forse già prima del 1350, fu eseguito da un gruppo di scultori lombardi della seconda metà del XIV secolo, influenzati dal pisano Giovanni Balduccio. Collocato in origine nella sacrestia meridionale (non più esistente), fu smontato e rimontato più volte, trasferito in Duomo, e infine ricollocato nella chiesa nel 1900. Nel basamento datato 1362, i riquadri con Apostoli e Santi sono intervallati dalle figure allegoriche delle Virtù. la parte centrale, aperta, lascia intravvedere la figura del Santo disteso, circondato da sei diaconi che sollevano il lenzuolo funebre; nella volta il Cristo benedicente accoglie l’ anima di Agostino nella gloria degli angeli e dei santi. Nel terzo livello, o cimasa, otto riquadri e dieci formelle triangolari, presentano scene di vita di Sant’ Agostino, dei suoi miracoli e della traslazione delle sue spoglie. Il racconto inizia dal lato corto di sinistra, con Agostino in cattedra affiancato dalle vedute di Milano e di Roma, le due città dove tenne il suo insegnamento. Sul lato frontale da sinistra : 1) Agostino assiste a una predica di Ambrogio; 2) Agostino conversa con Simpliciano, poi mentre medita sotto un albero gli appare l’ angelo che lo invita a leggere; 3) riceve da Ambrogio l’ abito dei catecumeni alla presenza di Simpliciano e di Monica. Sul lato corto, da destra: 1. Traslazione del corpo di sant’Agostino dalla Sardegna (avvenuta nel 722) 2. Arrivo a Pavia e solenne entrata nella chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro. Nel lato lungo posteriore, da sinistra: 1. I funerali della madre Monica a Ostia; 2. Agostino istituisce l’Ordine agostiniano; 3. Diventa vescovo e battezza i giovinetti. Nelle formelle triangolari di coronamento, a partire da sinistra: 1. Agostino libera un carcerato; 2. lo conduce alla sua casa; 3. libera un’indemoniata. Sul fianco destro è raccontato il miracolo di Cava: 1. Apparizione a quelli che, andando a Roma per essere guariti, sono invitati da Agostino a visitare a Pavia la sua chiesa; 2. Giunti alla chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro vengono risanati. Si concentrano così sul lato destro dell’arca, cioè dalla parte della testa del Santo, le quattro formelle con gli episodi pavesi. Sul lato lungo posteriore: 1. Preghiera e conversione di un eretico; 2. Conversione di eretici (riconoscibili dai piedi di pollo); 3. Agostino muore a Ippona. Sul lato sinistro: 1. Guarigione del cavaliere di Ippona cui doveva essere amputata una gamba; 2. Un gruppo di persone davanti a una chiesa (forse pellegrini che vanno alla tomba del Santo).

Il mosaico pavimentale

Nel transetto destro, davanti all’altare di Santa Rita si conserva una porzione di mosaico pavimentale romanico della prima metà del XII secolo, raffigurante San Giorgio che attacca il drago nelle vicinanze di un castello. Il bordo superiore è costituito da cinque tondi contenenti fiori stilizzati a sei petali, una stella a dodici punte e un animale. Nel registro inferiore, la pantera, la chimera e la volpe, come le due iene rampanti derivano dai modelli miniati dei bestiari alto medioevali e romanici.

La sacrestia dei canonici

Il grande locale rettangolare, con i lati lunghi ritmati da nicchie, è caratterizzato da una volta unghiata e lunettata, affrescata a grottesche della seconda metà del Cinquecento (la data 1561 è riportata sull’ultimo capitello di sinistra). Nel medaglione centrale, in una cornice a cartocci, è raffigurato sant’Agostino in meditazione. Due tende a padiglione appese con nastri e sostenute da angeli coronano, rispettivamente, l’Eucarestia (a sud) e la croce (a nord) circondata da angeli con gli strumenti della passione, e affiancata dal pellicano (a sinistra) e dalla fenice (a destra), simboli rispettivamente di Cristo che dona il sangue e che risorge. Nel lato settentrionale (di fronte all’ingresso) nello spicchio centrale il padiglione è sospeso sopra la colomba dello Spirito Santo, cui corrisponde la lunetta centrale con il Padre Eterno. Gli si affiancano i santi Pietro e Paolo. Nel lato opposto (adiacente alla chiesa) ai lati della Vergine col Bambino si dispongono due santi pontefici. Nella Sacrestia si conserva, come pala d’altare, la tela del pittore pavese Giovanni Battista Tassinari con san Gerolamo che, dalla finestra, appare a sant’Agostino (1599).