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La Certosa e il suo Museo

Un elaborato complesso monumentale unico nel suo genere.

Storia della Certosa di Pavia

Il complesso monumentale della Certosa di Pavia è stato fondato nel 1396 per volontà del primo duca di Milano Gian Galeazzo Visconti, allo scopo di riflettere la grandezza e il prestigio del ducato visconteo, condotto proprio da Gian Galeazzo a culmini mai più raggiunti di espansione territoriale e di incidenza politica nel quadro delle potenze europee. La costruzione dell’enorme complesso e il suo arricchimento a profusione di opere d’arte (criticato già nel 1506 da un visitatore d’eccezione come Erasmo da Rotterdam) proseguì a fasi alterne, attraversando i rivolgimenti storici dei quasi quattro secoli seguenti. Tra continue interruzioni, riprese, accelerazioni e rallentamenti dei lavori, in Certosa si sedimentarono testimonianze artistiche imprescindibili nel contesto lombardo, frutto anche di una particolare apertura verso artisti ed opere di altri centri italiani, manifestatasi a partire dal monumentale trittico in osso e avorio giunto da Firenze nell’anno 1400. Il monastero venne dichiarato monumento nazionale il 7 luglio 1866, diventando così di proprietà del Regno d’Italia prima e dello Stato italiano poi.

Il complesso

Da metà Quattrocento si provvide alla ricca ornamentazione in terracotta dei due chiostri, mentre la costruzione della chiesa fu compiuta entro il 1473, quando iniziò l’immane impresa della decorazione marmorea della facciata, proseguita a intermittenza per quasi un secolo, attraverso un numero imprecisabile di mutamenti progettuali. Negli interni fu eseguito un unitario programma decorativo ad affresco, compiuto entro la consacrazione del 1497, integralmente conservato nel transetto e sulle volte di tutta la chiesa (escluse in gran parte le cappelle). Di quest’epoca sono anche quasi tutte le vetrate istoriate e il coro a intarsio ligneo. L’altare maggiore venne riformato poco dopo la metà del Cinquecento, col corredo di elaborati commessi marmorei (da lì in poi una costante in Certosa), oltre che di pregiati bronzi. Le cappelle, alcune delle quali conservano ancora polittici e brani di affreschi rinascimentali, furono ridecorate e riallestite lungo il Seicento, acquistando l’aspetto odierno. Nel 1630 venne compiuto l’avvolgente ciclo affrescato nel coro, le cui dotazioni scultoree, così come nel resto della chiesa e delle cappelle, proseguirono episodicamente nel secolo seguente.

Il museo della Certosa di Pavia

Il Museo della Certosa ha sede nel prestigioso Palazzo Ducale, residenza estiva visconteo-sforzesca e foresteria per ospiti illustri, ubicato lungo il lato meridionale del cortile della Chiesa, Santa Maria delle Grazie. L’edificio di impronta tardo-manierista, modificato intorno al 1621 da un intervento in facciata dell’architetto Francesco Maria Richini, presenta una successione lineare di finestre tra semicolonne che conferiscono eleganza e luminosità all’intera struttura. La prima idea per la costituzione di un Museo della Certosa venne proposta al Ministero Pubblica Istruzione nel 1883 dall’architetto milanese Tito Vespasiano Paravicini, noto autore di libri di architettura rinascimentale lombarda e che aveva eseguito un primo rilievo accurato della facciata certosina. Fu sua la proposta di iniziare a raccogliere e ordinare in un solo locale molti marmi, terracotte e pezzi diversi, per costituire un Museo in certo senso complementare alla Certosa medesima.

Gipsoteca

Luca Beltrami, direttore dell’Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti in Lombardia dal 1891 si adoperò per la realizzazione di una grande gipsoteca, i cui calchi fossero testimonianza delle vicende conservative delle sculture rinascimentali della facciata e dei due chiostri e favorendo la visione ravvicinata dei dettagli dei capolavori scultorei collocati in alto in facciata e lo studio di molti particolari esecutivi che potevano sfuggire all’osservazione da lontano. I calchi, di notevole finezza esecutiva e di grandi dimensioni, iniziarono ad essere raccolti agli inizi del XX secolo. e nel 1911 venne inaugurato il primo allestimento del Museo. All’entrata della Gipsoteca, è collocato il busto di Carlo Magenta, che ebbe un ruolo importante nella costituzione del Museo. Proseguendo sul lato sinistro è il gruppo scultoreo di Antonio Della Porta detto il Tamagnino (prima metà del XVI sec.), raffigurante il Compianto di Cristo. Di fronte è possibile ammirare i quattro calchi (eseguiti da Edoardo Pierotti nella seconda metà del XIX secolo) dei pannelli in marmo inseriti nel pronao della facciata della Certosa. Queste lastre illustrano alcuni degli episodi più significativi della storia dell’ordine certosino e della Certosa pavese. Al centro della Galleria, verso il lato nord, è collocato il calco in gesso del primitivo altare maggiore della Certosa, oggi situato nella Chiesa di San Martino a Carpiano, dove fu trasportato nel 1567. Situato sulla parete di fondo della Galleria di San Bruno si trova l’affresco di Giovanni Mauro della Rovere (detto il Fiammenghino), raffigurante Cristo come fons Vitae, databile circa al 1615-20, entro un colonnato che, con un ardito scorcio prospettico, idealmente prosegue oltre le pareti della stanza. Cristo fa scaturire dalle piaghe aperte sulle mani, sui piedi e nel costato un flusso di sangue che diviene fonte di vita eterna, così come viene raffigurato nelle miniature tardo medievali o in dipinti del Nord Europa. Accanto a Cristo sono due profeti, a sinistra re Davide con la cetra, a destra Isaia.

Museo Sala D

L’affresco raffigurante la Gloria di San Bruno e Virtù realizzato da Della Rovere Giovanni Mauro detto Fiamminghino è del 1630 – 1635. L’opera si estende sul soffitto e una serie di lesene scanalate sulle pareti; loggiato con semicolonne e balconata con vari personaggi simbolici.Il ciclo di affreschi copre l’intera volta della sala D del Museo, un tempo adibita ad oratorio dei monaci nei locali della Foresteria. Entro una partizione architettonica che finge un loggiato si affacciano diverse figure femminili e maschili, personificazioni di virtù che il monaco certosino era tenuto ad osservare: sul lato corto, verso l’ingresso, sono le quattro virtù cardinali: Prudenza, Temperanza, Giustizia e Fortezza, accompagnate nel lato lungo, dalla Mitezza, dalla Sapienza e dal Silenzio. Al centro la superficie pittorica finge l’apertura sul cielo dove San Bruno, fondatore dell’ordine, viene accolto nella gloria dei cieli accompagnato dalle tre virtù teologali: Fede, Speranza, Carità. L’impostazione architettonica e la sapiente regia delle quadrature dipinte suggeriscono affinità sia con le realizzazioni del ciclo di Della Rovere in una delle cappelle del Sacro Monte di Orta, sia con gli affreschi dipinti dai fratelli Della Rovere tra il 1630 e il 1635 in una villa del territorio comasco.

Museo Sala F

Al primo piano del Museo, nella sala F, si possono ammirare dipinti di epoca rinascimentale, con capolavori di Bartolomeo Montagna, Ambrogio Bergognone e Bernardino Luini. Tra le opere si possono ammirare due tavole del pittore Bergognone raffiguranti una Coppia di Angeli oranti datati 1488 – 1489. Due splendidi dipinti di Bernardino Luini, uno raffigurante Sant’Ambrogio, uno raffigurante San Martino datati 1520-1522. I due pannelli sono considerati come parte di un polittico disperso che il Luini avrebbe dipinto per la chiesa della Certosa o per qualche altro possedimento certosino. Proseguendo la visita si può notare l’opera raffigurante la Madonna con Bambino in trono con San Giovanni Battista e San Girolamo e angeli musicanti del pittore Montagna Bartolomeo . Di forte impatto la tela che rappresenta Dipinto raffigurante Cristo Risorto di datazione incerta (circa 1614) una copia, con poche varianti, della tavola di Bramantino conservata al Museo Thyssen di Madrid.

Lo Studiolo

Illuminato originariamente soltanto da candele (l’apertura di due finestre ha causato la distruzione di parte delle pitture), questo splendido e quasi sconosciuto interno rinascimentale è affrescato con coloratissimi paesaggi, scanditi da monumentali mostri dalle gambe serpentiformi. Le pareti di questo splendido ambiente rinascimentale sono affrescate con un mirabile paesaggio dipinto a trompe-l’oeil, scandito in riquadri da monumentali figure monocrome dette telamoni. \\nQuattro coppie di nicchie, dipinte in prossimità degli angoli, accolgono candelabri in finto bronzo dal forte carattere antiquario, recanti targhe con la sigla GRA CAR (Gratiarum Carthusia, \”Certosa delle Grazie\”). La volta, decorata con spettacolari grottesche dipinte a punta di pennello su fondo bianco, ospita al centro, entro una cornice ellittica, la rappresentazione del Sogno di Costantino. I finti bassorilievi delle lunette narrano storie di re, imperatori e santi, accompagnate da didascalie oggi in parte illeggibili. Il filo rosso che unisce i vari episodi sembra essere il rapporto fra potere politico e vita religiosa, con esempi di superbia punita (come l’imperatore Teodosio umiliato pubblicamente da Sant’Ambrogio) affiancati da esaltazioni dell’umiltà e della vita solitaria. \\n Si può ipotizzare che il ciclo sia opera di più artisti, forse attivi in tempi diversi: la differenza di fattura pittorica è evidente se si osserva il particolare con il gigante marmoreo che sorregge il quadretto con l’Adorazione del Bambino, copia del dipinto di Perugino un tempo in Certosa e oggi alla National Gallery di Londra. La finta erma è, infatti, costruita con una pennellata morbida, quasi di ascendenza emiliana, mentre l’immagine della Vergine, forse già presente sulla parete e incastonata nella nuova composizione, è dipinta con un segno più minuto e nervoso, altrettanto raffinato ma decisamente diverso. Il Sogno di Costantino, dallo stile un po’ legnoso e arcaico ma dai lucidi trapassi chiaroscurali, è forse frutto dell’operato di un terzo artista. Le grottesche sono affini a certe decorazioni di Aurelio Luini ma anche ad esempi centroitaliani. Dipinte con pennellata veloce e compendiaria, esse contengono figure di ninfe e satiri, padiglioni di verzura, mascheroni, anfore, sfere armillari e animali europei ed esotici.